TESTO per - EYE WAS EAR

I WAS HERE, un certificato di assenza.

La pubblicazione di uno statuto ontologico che ha per protagonisti i corpi obsoleti e protesizzati degli utenti informatici e dei loro avatar.

Un interfacciarsi binario tra corpi in diverse dimensioni di esistenza, alla loro prima, seconda o terza vita. 

Un’azione sempre mediata.

Uno studio sulla presenza nelle sue sfaccettature più deviate; su corpi utopici annullati e sublimati a organismi privi di organi e fatti di pixel.

Un ipertesto di cinémi in cui il performer diventa utente del diramarsi coreografico estemporaneo.

Una tassonomia cinetica omolaterale, palindromo formale che riorganizza la sintassi corporea.

Movimenti zippati di uniformità dermiche omologate.

Corpi ridotti a mere interfacce sensoriali, avatar di se stessi, alienati, anagrammati e indefinibili. Chimere sensoriali in affanno empirico.

Un fluttuare percettivo che palesa il proprio artificio.

Corpi contenitori del wetware cerebrale, immanenze immateriali.

Corpi che si presentano con ciò che mai è presentazione di se stessi: il retro, la schiena. La nuca che diventa viso vuoto, privato di ciò che lo proietta nella distanza: occhi, orecchie... EYE was EAR, un corollario di carni senza luogo.



Eye was ear, già porzione della macroperformance C/o, si frammenta ulteriormente in microperformance presentate via webcam ad utenti ignari, spesso alla ricerca di cybersex.

Questi eventi rivolti ad un pubblico a sua volta parcellizzato si impongono senza spiegazioni, entrano nelle case dei non addetti al settore, violentano lo spettatore con invadenza da advertisement, incorniciando la metafora della relazione virtuale che caratterizza gli spazi “chat”.


Francesca Pennini