TESTO per - Qualcosa da Sala

La sensualità delle pietre  “In bilico tra organico e inorganico, maschera senza volto in continua metamorfosi, il corpo è per Francesca Proia, “residuo, guscio vuoto, inabitato”. Capace di articolare nell’arco di soli cinque anni un linguaggio scabro e sensuale in cui l’hatha yoga si intreccia alla tradizione espressionista, la giovane danzatrice e coreografa ravenate si è imposta al pubblico più attento per il “grande rigore formale e la raffinatezza della sua scrittura coreografica” come recita la menzione speciale ottenuta all’ultima edizione del Premio Scenario. E’ in particolare in Buio Luce Buio, segnalato al bolognese Concorso Iceberg 2005, che emerge con nitore la tensione a “procedere per sospensioni e vertigini” nel tracciare solitari percorsi iniziatici intrisi di erotismo. Colta sulla linea d’ombra che separa l’adolescenza dalla vita adulta, la protagonista del romanzo Valeria e la settimana delle meraviglie di Vitezslav Nezval diviene in questo assolo danzato  il veicolo di un progressivo sprofondamento in un’interiorità priva di psicologia, dove anche il sessoè una maschera da indossare e il corpo è la cripta dei desideri inconfessabili non perché vergognosi, ma perché nel tradursi in immagini perdono la possibiltà di essere confessati. Riflessa in uno specchio invisibile, Valeria compie “l’esperienza inaudita e feroce che l’immagine è o non è la nostra immagine (Agamben), in un continuo oscillare tra rigidità e sinuosità che tradisce l’assenza del soggetto, il suo esistere solo nel rischio del gesto che si offre allo sguardo altrui. Dopo gli studi di classico e contemporaneo, di butoh e hatha yoga, e tra le collaborazioni con Tanti Cosi Progetti, Habillé d’Eau e la Societas Raffaello Sanzio, Francesca Proia lega i suoi primi progetti personali alla presenza di animazioni proiettate, create a mano (Can Can Live e Black out my love nel 2000), accompagna con la danza le immagini horror-documentarie del surrealista ceco Jan Svankmajer (Svankmajer Solo nel 2002) e si specchia nell’immaginario del regista cinematografico polacco Walerian Borowczyk (Racconto Immorale nel 2003). Ceco e surrealista è anche Nezval, lo scrittore praghese che ispira Buio Luce Buio prima di Qualcosa da Sala, assolo “senza volto, in cui la danza si originada un rapporto intimo ed esclusivo con le vibrazioni della musica per trautonium del compositore Oskar Sala (1910-2002)”, pioniere della musica elettronica, autore di partiture di siderale rarefazione (nonché della   colonna sonora degli Uccelli di Hitchcock). Qui le maschere e le posture scandiscono un vero e proprio inabissarsi nel buio, verso un vuoto in cui il corpo apre altri vuoti in una spoliazione che conduce dalla quotidianità a un tempo arcaico che affonda le radici nel mito delle grandi madri. Qui la carne si fa pietra, nodo insolubile, veicolo per un viaggio immobile. Liberato dai malintesi in cui è incappato certo terzoteatro, l’hatha yoga nel lavoro di Francesca Proia non è utilizzato come strumento per eliminare le contrazioni che bloccano l’energia corporea ma, al contrario, per rallentare i processi vitali (del resto, già Grotowski aveva messo in guardia gli attori che “pensando di liberare attraverso gli esercizi dell’hatha yoga la loro espressione e di trovare qualche stato psichico eccezionale, stimolano solo differenti tipi di astenia”). La giovane coreografa ha ben chiaro che “le posture yoga nascondono in sé il desiderio di non esistere” e vi si accosta per mantenere “la minima tensione interiore possibile” in un processo di sottrazione che tende al silenzio e all’opacità, e in cui il fattore umano assume un aspetto puramente residuale. Massa informe alla deriva in uno spazio indefinito e privo di gravità, il corpo diviene enigma minerale, custode inesaudito del vuoto che contiene, mentre le linee spezzate cedono il posto a un agglutinarsi in cui il desiderio immaginato sembra luccicare come un frammento di quarzo da una lontananza incolmabile.”  Andrea Nanni (Hystrio, Aprile/Giugno 2006) 

 Assolo di donna velataUn segno algido, provocatoriamente svuotato di ogni sensualità. Splendido nel suo nitore, così perfetto da sembrare quasi artefatto. E’ quello che si scorge nel buio quando Francesca Proia, fra le più apprezzate danzatrici della nuova generazione, entra in scena per raccontare “Qualcosa da sala”: lo studio che ha aperto ieri sera al Magazzeno del sale il secondo gruppo di eventi che il festival “Arrivano dal mare!” di Cervia dedica ai giovani artisti del progetto Teatro Figura Europa. Un piccolo gioiello di espressione corporea, costruito in collaborazione con Danilo Conti, che trova attraverso l’uso della maschera (e forse anche attraverso le scarpette rosse che emergono con il loro messaggio cromatico dalla penombra) il punto di congiunzione con il teatro di figura. Sviluppando un pièce che evoca, per riprendere il titolo, qualcosa di inafferrabile: una ricerca interiore, forse, declinata attraverso una serie di difficili posture meditative che si riallacciano all'estetica yoga, un viaggio nel tempo che riconduce a un’epoca ancestrale, preclassica, nella quale una divinità si manifesta in tutto il suo candore ieratico. In ogni caso un lavoro mirabile, taciturno eppure straordinariamente carico di senso, che conferma quanto siano imprevedibili i sentieri della ricerca quando il corpo si misura con lo spazio. E quando il sé mantiene, anche in senso fisico, il proprio baricentro producendo linguaggio attraverso l’alfabeto silenzioso, quasi scultoreo, delle forme. Marco Fratoddi          

Note:

 Alcune musiche non sembrano concepite per un pubblico di persone, ma per creare concentrazione attorno ad un luogo vuoto. Così è per la musica di Oskar Sala, che comunica un senso di solitudine,  di inabitato, esattamente come può comunicarlo un corpo assorto in meditazione, che si riesce a percepire come oggetto,  eppure  capace di generare visioni attraverso uno stato di immobilità perfetta.Mi è sembrato possibile coniugare perciò questo tipo di  musica, una sorta di vibrazione per un altro mondo, ad uno stato del corpo che si avvicina a quello del residuo, del guscio vuoto.Il lavoro sul corpo parte infatti da uno studio sulle posture yoga, che nascondono in sé il desiderio di non esistere, di solidificare il corpo in un nodo senza sentimenti e necessità (le posizioni yoga insegnano, ad esempio, a non soffrire le coppie di opposti: caldo-freddo, fame-sete, sonno-veglia e così via). Ogni postura yoga nega il corpo attraverso la sua dettagliata messa a fuoco. La danza si genera così similmente alla ricostruzione di un codice preciso, dettato nel tempo, la cui natura si definisce per sottrazione, e che si accosta allo yoga nella volontà di concentrazione su determinati punti del corpo, nel  mantenimento della minima tensione interiore possibile, nel desiderio di diffondere nello spazio il silenzio perfetto interno al corpo.Il corpo è profondamente legato allo spazio: entrambi condividono il fatto di non essere altro che qualcosa in rovina, di inabitato, di apparentemente privo di tensione. Più precisamente, il vero protagonista è lo spazio, vuoto, che cerco di disegnare come l'interno di una mente assorta in meditazione. Infatti il vuoto è la condizione essenziale, e da questo vuoto si formano e si seccano delle figure, che sono come involucri, come pietre, e rappresentano l’aspetto più visionario e colorato dello yoga in quanto viaggio immobile. Ciascuna figura si può infatti percepire come un vero supporto ottico per la meditazione: qualcosa che è sempre possibile guardare a lungo, attraverso uno sguardo che assorbe e unifica. Il corpo non ha volto, poiché non ci sono emozioni da rappresentare, ma ci sono diverse maschere, che sono come gusci, e che riescono talvolta a trasformare la massa palpitante del corpo, facendone una cosa bidimensionale, e dando l’idea che la presenza umana sia solo illusoria.

Segnalazione speciale premio Scenario 2005Motivazione della giuria:

Il grande rigore formale e la raffinatezza della scrittura coreografica recuperano in modo sorprendente e personale modi e forme della più alta tradizione espressionista, riuscendo a sviluppare una partitura gestuale scabra e sensuale, velata di mistero, di grande suggestione e attualità. Emerge in questa direzione di lavoro un’artista matura, consapevole delle inquietudini e delle riflessioni che attraversano la scena
contemporanea